Treviso, 23 novembre 2018

“Pietrobon prova a liquidare maldestramente il gravissimo, insidioso  e pericoloso accordo pubblico privato del 2017 su Cava Campagnole, oggi nel ciclone per il sequestro di ben 200.000 tonnellate di rifiuti contenenti sostanze pericolose per la salute e l’ambiente. Un tentativo sgradevole e disdicevole. Visto che ha delle precise responsabilità, dovrebbe dimettersi”. A chiederlo sono  Andrea Zanoni, consigliere regionale del Partito Democratico e Anna Foffani, segretaria del circolo PD di Paese.

“Restiamo sbalorditi nel leggere sulla stampa le sue dichiarazioni - aggiungono i due rappresentanti democratici - ‘L’accordo era stato fatto in buona fede, con l’idea di fare un recupero ambientale’, oppure ‘Sapevamo che nella cava era stato stoccato materiale improprio per l’attività estrattiva. Siamo rimasti di stucco’, ‘Prima si operava in un contesto di legalità. Adesso potrebbe cambiare tutto’, ‘l’accordo era stato fatto in buona fede, con l’idea di fare un recupero ambientale. Ma con questa indagine i presupposti sono cambiati’. Non pago si rivolge proprio a Zanoni che aveva evidenziato come l’accordo fosse a rischio ‘Aveva forse la sfera di cristallo? Se avesse saputo qualcosa avrebbe potuto fare denuncia alla Procura. Nel caso qualcuno potrebbe chiedergli come mai ha taciuto’. Siamo all’assurdo”.

“Rassicuro subito il sindaco, ho denunciato i gravi fatti relativi ai rifiuti stoccati illegalmente e all’accordo approvato dalla sua maggioranza con due distinte interrogazioni alla Giunta regionale, la prima  del 2 agosto 2017 e la seconda del 30 ottobre del 2017, inoltre ho portato i carteggi relativi all’accordo direttamente agli inquirenti incaricati dalla Procura Distrettuale Antimafia - spiega il consigliere regionale - Pietrobon sulla ricostruzione degli avvenimenti o mente o finge di dimenticare oppure ha gravi buchi di memoria sui diversi fatti, tutti documentati da decine di atti dei Carabinieri forestali e della Regione Veneto. Che l’accordo non fosse stato fatto in un contesto di legalità risultava chiaro allora come adesso, semplicemente perché il sindaco nel maggio 2017 era a conoscenza del fatto che all’interno di cava Campagnole c’erano ben 5.000 metri cubi di rifiuti, suddivisi in ben tre lotti, sottoposti a sequestro penale dai Carabinieri forestali su mandato della Procura della Repubblica di Venezia, sequestri avvenuti per il primo lotto a ottobre 2015, per il secondo lotto a maggio 2016. Fatti conosciuti dal Comune di Paese grazie ad una fitta corrispondenza con Regione e Carabinieri forestali. Quindi nel maggio 2017 Pietrobon e la sua compagine sapevano benissimo di sottoscrivere un accordo anche con delle parti inquisite dalla magistratura per reati ambientali e sapeva benissimo che nella cava c’erano montagne di rifiuti pericolosi sequestrati penalmente”.

“È giusto poi ricordare - aggiungono Zanoni e Foffani - che nella cava c’erano ben 45.000 metri cubi di materiali ritenuti non conformi dalla Regione Veneto che ne aveva ordinato la rimozione da tempo e che, grazie all’accordo pubblico privato voluto da Pietrobon, avrebbero goduto di una sorta di condono, una vera e propria sanatoria. Grazie alla nuova destinazione d’uso votata dalla maggioranza Lega Forza Italia in Consiglio comunale, infatti, sarebbero stati utilizzati addirittura per dei ripristini ambientali come sottofondo dell’intera area. Con un simile giochetto il privato avrebbe inoltre risparmiato una valanga di denari per lo smaltimento o il trasporto di montagne di materiali portati illegalmente a Paese. Sul fatto poi che, secondo Pietrobon, con questa indagine i presupposti sono cambiati’, gli ricordiamo che sotto un profilo squisitamente giuridico è invece tutto identico. A maggio 2017 c’erano una indagine della Procura distrettuale Antimafia,  rifiuti pericolosi stoccati in Cava Campagnole oggetto di sequestro penale e parti contraenti dell’accordo inquisite dai magistrati. Esattamente quello che accade oggi con l’aggravante che i rifiuti confiscati martedì sono molti di più. Perciò se avesse agito con responsabilità non avrebbe avallato in tutta fretta un accordo con una situazione giuridica già a rischio”.

“Questi sono i fatti, da cui le responsabilità del sindaco e della sua maggioranza emergono ancor di più nella loro gravità rispetto a un anno e mezzo fa, quando venne siglata l’intesa. Perciò - concludono Zanoni e Foffani - chiediamo a Pietrobon l’unico atto sensato che gli resta da fare, le sue immediate dimissioni”.