Secondo uno studio scientifico pubblicato dalla rivista Nature il crescente riscaldamento climatico è causa della perdita di biodiversità al quale stiamo assistendo, la quale può portare alla scomparsa della metà delle specie di piante più diffuse sul pianeta e di un terzo delle specie degli animali più comuni. Com'è possibile? Semplice (e terribile allo stesso tempo): la scomparsa dei loro habitat naturali: dove queste specie nascono e si riproducono, ne minaccia alla base la loro stessa sopravvivenza, visto che vengono privati delle condizioni stesse in cui vivere. Secondo gli autori di questa ricerca, se non si interviene con politiche di riduzione dell’emissione dei gas serra, la temperatura terrestre nel 2080 sarà di 4 gradi centigradi superiore a quella dell’era preindustriale. E noi cosa possiamo fare? Tanto, ma senza una chiara volontà politica nazionale ed internazionale sarà impossibile sarà difficile invertire la rotta.

Non stiamo parlando solo di animali già a rischio estinzione, ma addirittura delle specie più comuni e diffuse al mondo, e di conseguenza del collasso dell’ecosistema. Un collasso che, secondo la ricerca, produrrebbe un effetto a catena con violente ripercussioni economiche dovute al mutamento dei paradigmi agricoli, all’inquinamento dell’acqua e alla diminuzione della quantità e della qualità dell’aria respirabile. La ricerca si basa sull’analisi di oltre 50mila specie di piante e animali. E i risultati dicono che solo il 4% delle specie animali – e nessuna pianta – beneficerebbero dell’aumento della temperatura. Al contrario: il 34% degli animali e il 57% delle piante vedrebbero ridurre l’estensione o scomparire del tutto il loro habitat naturale.

Tutto questo con ovvie ripercussioni per la razza umana. La popolazione umana, infatti, dipende totalmente dall’ecosistema in cui vive visto che una perdita così diffusa su scala globale della biodiversità è destinata a impoverire i servizi dell’ecosistema intero e che queste specie comuni di piante e animali sono fondamentali per la purificazione dell’acqua e dell’aria, prevengono le inodazioni, fungono da nutrimento per il suolo che noi destiniamo all’agricoltura e ne garantiscono i cicli.

In Europa stiamo facendo il possibile. Al Parlamento europeo abbiamo approvato una relazione su una tabella di marcia verso un’economia competitiva a basse emissioni di carbonio con una riduzione di circa il 90% delle Co2 entro il 2050. Con questa relazione abbiamo chiesto alla Commissione europea di razionalizzare il mercato delle quote di emissioni di Co2 (ETS), più coraggio nelle politiche di sostenibilità energetica e maggior velocità nella loro attuazione. Si tratta di misure semplici ma indispensabili per contrastare il riscaldamento climatico globale. Si perché al di là delle buone pratiche che ciascuno di noi può mettere in atto nella sua vita di tutti i giorni, per ottenere degli effetti veramente incisivi e duraturi abbiamo c'è bisogno di politiche virtuose a livello nazionale ed internazionale.

In Europa ci stiamo provando. La speranza è che prima o poi in Italia anche le autorità nazionali si rendano conto che si tratta di una priorità per tutti noi e per i nostri amici animali.

Andrea Zanoni