In merito al comunicato di ieri della Giunta regionale sulla questione PFAS nel sangue e ai documenti diffusi sul biomonitoraggio torna utile fare qualche considerazione.

La asserita mancanza di una specifica normativa di riferimento, è vera solo in parte, infatti esistono degli obblighi di legge per quanto riguarda l’autorizzazione di attività industriali e le tutele dagli impatti sull’ambiente e sulla salute. Esiste una normativa sulle sostanze chimiche (regolamento UE Reach) che prevede la caratterizzazione della tipologia e delle quantità prodotte ed utilizzate, e le forme di smaltimento. Esiste una normativa specifica sugli standard di qualità delle acque interne, che fissa precisi limiti per il PFOS, estesi anche alla risorsa ittica. Esiste una normativa che vieta la presenza di sostanze persistenti e/o bioaccumulabili che possano risultare pericolose per l’ambiente, gli animali e l’uomo, legato all’impiego agronomico dei fertilizzanti organici. Esistono pareri autorevoli in materia di sicurezza alimentare, sul rischio di esposizione da PFOS e da PFOA, rilasciati dall’agenzia UE EFSA.

La Giunta Regionale doveva e deve effettuare i controlli essendo a conoscenza delle caratteristiche fisico-chimiche delle sostanze prodotte/utilizzate, del ciclo produttivo e delle quantità, e del loro potenziale impatto sull’ambiente e sulla salute, non solo dei lavoratori addetti.

I risultati dello studio di biomonitoraggio indicano il fallimento delle misure di prevenzione ambientale e alimentare, e non forniscono sufficienti evidenze riguardo alle vie di esposizione e alla durata dell’esposizione; la Regione non ha fornito nessun dato di contesto e misura intrapresa al fine di capire quanto e come si è esposti ai PFAS in un’ottica integrata, ambiente, alimentazione, salute.

Non corrisponde peraltro al vero che nella letteratura sia solo l’acqua la maggiore fonte di esposizione ai PFAS. In Olanda l’istituto superiore di sanità nazionale RIVM ha evidenziato come anche l’aria respirata in vicinanza di un impianto di produzione di PFOA, possa essere rilevante ai fini dell’esposizione; l’Istituto Superiore di Sanità, nel suo parere sul monitoraggio degli alimenti nella regione Veneto, non esclude per il PFOS una rilevante esposizione attraverso il consumo di pesce di cattura da acque contaminate e/o mediante il consumo di uova da allevamenti avicoli rurali.

La presenza poi di individui fortemente esposti che non appartengono alle aree a supposta maggiore contaminazione dell’acqua, indicano la necessità di ulteriori approfondimenti e non escludono che le persone esposte risiedano anche fuori dalla zona per ora delimitata come più contaminata.

In coerenza con la mozione votata dal Consiglio regionale in data 22 marzo è necessario dare più chiarezza e trasparenza nelle informazioni e nelle azioni intraprese, in modo da garantire un maggiore coinvolgimento della popolazione che si deve sentire garantita e non tranquillizzata, soprattutto per sostanze persistenti e che si bioaccumulano.

Lo studio di biomonitoraggio dipinge una situazione di massima attenzione da parte delle autorità sanitarie considerati i valori di picco massimo dei PFOA pari a 248 e 754 ng/g (nanogrammi per grammo di sangue) che testimoniano comunque la gravità della situazione confermando la pesante contaminazione di molti cittadini (VEDASI TABELLA n.1 dello STUDIO DEL BIOMONITORAGGIO); inoltre di per sè lo studio non è in grado di indicare quali sono le differenti vie di esposizione e la loro rilevanza nel determinare i livelli di contaminazione del sangue.

Il fatto che i risultati del biomonitoraggio non siano stati illustrati per classi di età, come invece previsto dallo studio, non fornisce informazioni su esposizioni di vecchia data o più recenti.

Il fatto che non siano stati elaborati i dati sulle abitudini alimentari non permette poi di capire se oltre l’acqua, ci possa essere qualche altro fattore di esposizione non considerato, di potenziale rilevanza soprattutto per spiegare i valori estremi anche nel gruppo dei non esposti.

La mancata elaborazione dei dati riferiti ai “maggiormente esposti”, ovvero agli allevatori e agricoltori costituisce un altro punto debole, in quanto tale gruppo rappresenta una popolazione a quasi certa maggiore esposizione, e si riconnette alla mancanza delle valutazione delle abitudini alimentari.

La mancanza dei dati dei maggiormente esposti rende inoltre nullo il confronto fatto con i casi dell’Ohio, Minnesota, West Virginia e Germania (VEDASI FIGURA 1, 2 e 3 dello STUDIO DEL BIOMONITORAGGIO).

Il fatto che un livello molto elevato di PFOS si trovi nel gruppo non esposto, indica come la contaminazione avvenga non solo tramite l’acqua.

Viene poi da chiedersi su quale base di valutazioni sanitarie la Regione Veneto esenterà dai ticket le persone risultate esposte? Quali categorie di persone saranno considerate esentate e per quali tipi di contaminazione e durata? Gli interrogativi sono troppi, i dubbi molti, le risposte chiare poche.

Risulta evidente che adesso, dopo queste prime conferme, diventa decisivo che i cittadini procedano nelle forme consentite dalla legge a chiedere i danni a chi ha causato potenziali gravi rischi per la loro salute. Invito inoltre i cittadini del posto, non oggetto di esami, a sottoporsi ad analisi del sangue per verificare la presenza dei PFOA. Credo fermamente che in questa vicenda vada applicato il principio europeo secondo il quale "chi inquina paga", a maggior ragione se si tratta di inquinamento del proprio organismo; perciò la Regione dia subito seguito alla mozione approvata dal Consiglio regionale il 22 marzo dove sono stati accolti due miei emendamenti in merito alle cause civili e penali da effettuarsi nei confronti dei responsabili: azioni utili alla richiesta del risarcimento danni.

Andrea Zanoni

 

QUI DOCUMENTI UFFICIALI REGIONE: http://www.andreazanoni.it/it/news/post/pfas-e-pfoa-contaminato-anche-luomo.html