Ho voluto partecipare all’iniziativa “Ferragosto in carcere” insieme a parlamentari nazionali ed europei. Fortunatamente la situazione della Casa Circondariale di Santa Bona non è così grave come in altre realtà italiane.
Secondo l’Organizzazione Sindacale Autonoma della Polizia Penitenziaria, in 67 istituti di detenzione sui 210 italiani, il sovraffollamento è arrivato oltre ogni limite. Il carcere di Treviso è al nono posto in questa triste classifica.

Ho constatato che il carcere trevigiano pur risalendo agli anni Quaranta è in una situazione meno grave rispetto ad altri istituti detentivi della Penisola. Presenta comunque problemi di sovraffollamento, con celle che spesso sono occupate dal doppio delle persone che prevedrebbe la normale capienza. Soffre delle carenze di fondi e di organico. La Polizia penitenziaria, nonostante sia un corpo di polizia come gli altri sulla carta, in realtà non è trattato al pari degli altri sia in termini di mezzi che remunerativi.


Durante la visita ho potuto constatare le condizioni dell’Istituto di Pena della Marca. Ho percorso le sezioni del Carcere soffermandomi nell’ambiente dedicato ai colloqui, nell’area per l’accettazione dei nuovi detenuti, nel magazzino, nei reparti detentivi, nel campo da calcio, nei laboratori di falegnameria e nella lavanderia. Era la prima volta che entravo in un carcere e rispetto a quello che avevo letto sui giornali riguardo alla situazione italiana, l’Istituto di Treviso è migliore di altri, pur rimanendo comunque un luogo di detenzione e quindi di privazione della libertà. In 24 anni si è verificato un solo suicidio e buona parte dei detenuti partecipa a lavori di manutenzione straordinaria della struttura dimostrando competenza e professionalità.


Ci tengo a ricordare che la Costituzione riconosce alla pena un valore di reinserimento sociale. L’articolo 27 della Costituzione al comma 3 prevede che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Uno dei massimi giuristi del Novecento in materia penale, Francesco Antolisei, quando parlava di reclusione citava sempre la risocializzazione ed il recupero sociale. È dall’interno degli istituti detentivi che deve iniziare il processo di rieducazione. Le condizioni di sovraffollamento non permettono il rispetto del principio costituzionale. La stessa finalità rieducativa è infine riconosciuta dall’Onu e dal Consiglio d’Europa.


Andrea Zanoni