Attuare progetti e mettere in opera tecnologie senza averne valutato attentamente l’impatto ambientale prima o poi si paga. Nell’immediato si possono creare profitti e posti di lavoro, ma al lungo andare si verificherà quello che si è visto in modo eclatante in Italia con il caso Ilva. Spiega così, il relatore Andrea Zanoni (Alde), l’importanza della proposta di modifica della direttiva sulla Valutazione di Impatto Ambientale, approvata ieri dal Parlamento europeo. Elemento più forte della richiesta dei deputati, l’obbligo di un test ambientale prima di ogni progetto di estrazione ed esplorazione di gas di scisto.

 

Onorevole c’è chi lamenta che così si minano le possibilità di crescita e creazione di posti di lavoro, legati all’estrazione di questi gas…
Non potevano scegliere argomento più sbagliato. Se attuiamo dei progetti e mettiamo in opera tecnologie che possono danneggiare l’ambiente possono accadere tanti casi Ilva. Se l’Ilva fosse stata realizzata in base alle norme europee sulla tutela ambientale ora non avremmo quei casi sanitari e ambientali che abbiamo e non avremmo nemmeno il problema della perdita di posti di lavoro causati dalla chiusura di tutte quelle aziende che ci gravitano intorno. Quindi facciamo le cose fatte bene, ponderiamole, facciamole se si possono fare e dove si possono fare così quando partono siamo sicuri che non creano danni e siamo sicuri anche che creiamo posti di lavoro sicuri.

 

Qual è il rischio più grosso nell’estrazione del gas di scisto?
Io ne vieterei l’estrazione in tutta l’Ue, i rischi sono elevatissimi. Il problema è soprattutto l’inquinamento delle falde acquifere causato dal “fracking”. Abbiamo esperienza decennale negli Usa dove sono stata inquinate diverse falde acquifere e dove addirittura in alcuni casi il gas fuoriuscito dopo il fracking (che viene recuperato solo in una misura intorno al 30-35%), tornava in superficie ed entrava nelle falde acquifere così che la gente si ritrovata con il gas che fuoriusciva dai rubinetti di casa.

 

Oltre i rischi anche gli interessi economici sono fortissimi. Avete subito pressioni dalle lobby?
Sono stato contattato da moltissime lobby in questo anno, ma vista la mia sensibilità “verde” sanno che su di me possono poco. Sicuramente questa pressione è stata forte su molti altri deputati.

 

Con quali risultati?
Hanno tentato di tutto e di più per non fare passare inserimento dello shale gas, ma soprattutto la fase dell’esplorazione, tra i progetti per cui la Via è obbligatoria. Non ci sono riusciti. Il Parlamento però era nettamente spaccato. Ad opporsi sono stati Ppe, Ecr, Efd. Cioè popolari e conservatori.

 

Nonostante questo è andata bene?
Sono soddisfatto, i due voti più importanti, cioè l’approvazione e il conferimento del mandato per aprire il negoziato al trilogo, sono andati bene. Sono passati anche una serie di miei emendamenti presentati a suo tempo in commissione ambiente che riguardano problematiche nazionali italiane.

 

Ad esempio?
Ad esempio quello sul conflitto di interessi. Le faccio un esempio veneto, è accaduto che l’amministratore delegato di una grossa compagnia abbia presentato il rapporto ambientale per una strada alla commissione di valutazione della Via regionale e l’abbia fatta approvare. Peccato che il ruolo di amministratore delegato e di presidente della Via fossero ricoperti dalla stessa persona. Ora casi del genere non potranno più accadere. Un altro esempio è quello del “salami slicing”, cioè la norma che prevede di valutare il cumulo degli effetti delle singole parti di uno stesso progetto così da evitare che si attui quel trucchetto tutto italiano di spacchettare in più tronconi lo stesso progetto per fare vedere che l’impatto ambientale è minimo. In Italia è già accaduto con strade, con un casello e la viabilità accessoria circostante. Tutto questo non sarà più possibile.

 

Che tempi immagina per il trilogo?
Per gennaio dovremmo arrivare alla conclusione. Penso a gennaio massimo febbraio, sicuramente chiuderemo entro fine legislatura.

 

Letizia Pascale